Le elezioni ungheresi in programma per domenica rappresentano uno spartiacque storico per Viktor Orbán, il premier che per sedici anni ha plasmato la politica magiara a sua immagine e somiglianza. Per la prima volta, il suo dominio appare veramente minacciato, e il contesto internazionale che lo circonda rivela una configurazione geopolitica tanto insolita quanto rivelatrice.
L’asse Trump-Putin-Xi si è mobilizzato esplicitamente a favore di Orbán, una coalizione che rappresenta un condensato perfetto dei nemici tradizionali dell’ordine liberale occidentale. Questo sostegno internazionale non è casuale, ma strategico: Orbán, nonostante formalmente membro dell’Unione Europea e della NATO, ha consistentemente giocato un ruolo di “quinta colonna” per questi attori globali, sabotando dall’interno le posizioni unitarie dell’Occidente.
Durante la crisi ucraina, Orbán si è dimostrato refrattario alle sanzioni contro la Russia, cercando continuamente di indebolire la coesione europea sulla questione. Ha mantenuto rapporti privilegiati con Putin, ha ostacolato i finanziamenti europei all’Ucraina e ha rappresentato un elemento di frattura costante nelle decisioni dell’Unione Europea. Contemporaneamente, ha consolidato partnership economiche con la Cina, diventando un ponte tra Pechino e l’Europa.
Trump vede in Orbán un alleato ideologico: un leader che ha eroso lo stato di diritto nel suo paese, controllando i media, limitando le libertà accademiche e giudiziarie, proprio nel modo in cui il tycoon americano sogna di governare. La Cina, invece, trova in lui un’apertura commerciale verso l’Europa. Putin apprezza la sua indisponibilità a sostenere pienamente l’Ucraina.
Questo triangolo geopolitico evidenzia come l’Ungheria sia diventata un terreno di scontro tra il modello occidentale liberaldemocratico e un’alleanza di autocrati che cercano di destabilizzare l’ordine internazionale da essi percepito come ostile.
Tuttavia, questa volta gli ungheresi hanno l’opportunità di invertire la tendenza. L’opposizione, pur frammentata, ha compreso che solo l’unità potrebbe sfidare la macchina comunicativa orbaniota. I sondaggi mostrano una competizione effettivamente aperta, con margini di incertezza inusitati per elezioni ungheresi.
Se Orbán dovesse perdere domenica, significherebbe che il controllo capillare della propaganda, le interferenze mediatiche e il consolidamento degli equilibri di potere non garantiscono automaticamente la vittoria quando la popolazione ha realmente fame di cambiamento. Al contrario, una sua vittoria certificherebbe come l’alleanza autocratica globale sia effettivamente capace di influenzare i processi democratici europei, con implicazioni inquietanti per il futuro dell’Unione Europea.
Fonte: Corriere della Sera